Pleniluni e Quarti di Luna

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    Isola

    03 maggio 2017

    ... isola del mio cuore perduta nel vuoto del tempo passato a vecchie ridotte paure di fantasmi che suona cromorni monchi e bombarde dai fori turati dai fori slabbrati e consunti come gli abiti della maschera perfida e perduta nell’isola del mio pensiero dove fugge lo spazio e la musica turpe dei crepuscoli ahimè quanto dorati e sanguinose ferite più delle aurore nel sole arrossato eritematico infingardo e feroce quanto tigre o pantera che azzanna e strazia il tempo e lo spazio di una pagina o di una vita perduta qui sull’isola del mio amore le cui parole orgogliose e tuttavia miti salgono sul picco più alto ad accoglierli infine i tranquilli e felici raggi lunari oh che delizia che notte stellata di mille fiammelle celesti di vivida luce sul buio nel quale suona distinto un discordo di ribeca e cornetto recenti infinite addolorate canzoni sull’isola delle mie membra aggregate alla terra legate dagli alberi al firmamento che svetta lassù e raccoglie accordi sonori di cetra che quasi diresti ma è una notte d’incendio cantare mi tocca con tutto il mio respiro che spero possente dall’alta cornice del monte su quest’isola dei miei sensi attenti al profumo che il mare diffonde nell’imminenza dell’alba e più dell’aurora con trilli di flauti e viole come campane o fiori sonori sinfonianti fra gli alberi i sassi le spelonche dove entri timoroso di incontrare la fiera esci felice perché la luce di quest’isola...

    Inverno

    01 aprile 2017

    ... statti seduta canzone nella sera lasciata al vento che se la porti via lontano dal silenzio e dal convento di genti scarse d’intelletto e perse nella stagion che ‘l mondo fiora e foglia e figlia se conviene te lo dico figlia che irradii il tuo sorriso intorno intorno alle sedie infinite di quel teatro immenso detto deserto ovvero un forno dove non avanzi anzi dove tu digiuni a interpretare quei vecchi padri anacoreti su per le colonne in cima in cima al monte non andrò ché troppo erta è la via troppo alpinista per i miei gusti vicini all’ampio mare aperto tutto a seni e a golfi ma salato è il conto dell’albergo rimasto da pagare l’oste sbraitante i tempi di quel tempo quando sedevi in riva al fiume denso di anatre flottanti e le osservavi splendide bestie uscire e andare tronfie prelatizie irriverenti nell’occhio di giaietto con cui il tuo amico l’orafo faceva anelli e spille e qualche pomo di ventaglio per chi d’estate sbuffa e sta seduto alla sinistra di un gran fiasco di tokai ungarico vino oro liquido potabile senza bollirlo mi raccomando di non far brulé con le mele e i chiodi di garofano roba d’inverno questa quando in casa s’accende il fuocherello e fuori si gela e ci si copre come bacucchi imbacuccati e s’esce con i guanti imbottiti e i calzerotti e le pellicce si gioca con la neve si affonda mezzo metro nel biancore e poi si rientra tosto lasciati i panni tutti davanti al camino seduti...

    Palude

    01 marzo 2017

    ... sotto le erbe della palude corrono le anguille lunghe e felici per la pioggia che viene a sollevare il fango morale prima ancora che sabbioso o argilloso da farci mattoni o vasi risuonanti appeso al vento che soffia sulla palude fra le salicornie e le frammiti dalle lunghe foglie di spada ripiegate al volere dell’immensa natura ricorda che le devi rispetto a lei che ti ha messo al mondo quanto basta nutrito e coccolato e avrà il diritto al giusto momento di toglierti di mezzo a questa palude di lacrime dove nuotano faville di onice squame di platino e d’oro e la brezza carica di miasmi ittici e salmastri ti dice che ogni giorno mangerai di questo pane fatto con la spelta il farro la segale un campo pieno di segale e uno d’orzo e un altro di riso impaludato e anfibio quant’altri mai e ci corre persino la barca il saltafossi piatto di fondo e buono per ladri che salgono sull’argine dalla diga dal bordo della vasca in un grande tuffo olimpico avvitato carpiato con doppio e triplo salto mortale all’indietro giù nel fango della palude dove le sabbie mobili inghiottono il bue l’asino e tutte le altre bestie dell’arca che eccola lì se ne sta arenata in quel limaccioso fondale e gli animali col muso di fuori a guardare se il fango si secca se qui torna un giorno o l’altro un po’ di solido non dico una roccia ma terra ferma perdio dopo tutte queste settimane o resta invece la solita circospetta palude...