Pleniluni e Quarti di Luna

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    Una giornata al mare

    12 giugno 2015

    Fra le onde alte, tirate su da un vento teso che leviga la pelle e annulla il sudore. E gli scogli e gli alberi, dietro. – Sì, ma quella città. Io non ci voglio andare, quella torre mi fa paura. Ci staranno sopra cento guardiani, coi loro cannocchiali. Mi hanno detto che affittano le finestre ai guardoni, a peso d’oro, che i telefoni sono intercettati. – E io ci vedo invece, accidenti se ci vedo. Con un tetto sopra la testa, e i negozi, e le strade animate del centro, e tram e tassì. Ci compri quello che vuoi, se hai fame o altri ghiribizzi. Questi discorsi erano spiati, davvero. Un topo marinaro, allora allora salvatosi fra i primi da una nave che stava affondando, tendeva le orecchie per sentire meglio. Aveva fame, povera bestia, che magra traversata, su quella vecchia carretta! e si decise: meglio la città! Se la passò benissimo: piazzato vicino a un bidone di rifiuti, che visitava nottetempo da consumato viveur, prosperava senza fatica, a poco a poco diventò una specie di ras del quartiere. Se ne accorse anche lui, delle torri, dei cannocchiali, delle telecamere, delle fotocellule. Ma quelle non lo vedevano proprio, cercavano selvaggina ben altrimenti grossa.
    Ogni tanto tornava sulla riva del mare, a scrutare l’orizzonte, per vedere caso mai arrivassero i suoi parenti, quelli che stavano con lui sulla barca affondata. E gli capitava di sentir berciare i due, “no in città io mai”, “macché, domani ci vado, giuro che ci vado, accidenti”. Tanto che si stufò la povera bestia: ma era inutile, quelli, da là non si schiodavano.

    L’erma

    12 maggio 2015

    – Dimmi una volta. Sei andato davvero laggiù?
    – E chi può saperlo? più ti spingi avanti, più scende la luce. Tu dici laggiù e ti immagini il buio? allora, sì, sono stato laggiù.
    – Eppure, quel profeta, quello che sembrava un cammello spelato, tanto liso era il suo saio, l’ha detto chiaro ed era tutto illuminato: c’è la luce, esclamava fervido, laggiù c’è la luce! e ti abbaglia, e ti prende, e ti fai luce anche tu, e illumini, e ti illumini e rischiari. Diceva, e lo ascoltavano tutti, le bocche spalancate in cerchi orbicolari perfetti.
    – Facile fare il profeta: andarci bisogna. Tu pensi che abbia ragione, quel tuo vecchio indovino? non saprei se ci sia luce laggiù, sono certo soltanto che non si vede niente.
    * * *
    All’ingresso del porto l’erma osserva perplessa il lago, il faro, il castello, la luce occhio notturno del cielo. Non si sa chi l’ha fatta: son vecchie canzoni che narrano storie. Poeti, profeti. maniscalchi, marinerie. Agglutinate passioni. E dicono ancora, dell’erma, che certe notti di luna piena si possa sentirla cantare, solo si abbia bevuto proprio di quel vino. Su quale sia, quel vino, ognuno ha visioni diverse: ma se lo chiedi alla taverna sul molo, è proprio quello che non si trova mai.

    Caverne abbandonate

    12 aprile 2015

    Timidi virgulti di ciminiere sbocciavano fino a ieri sotto il padiglione solatio dell’ultimo cielo boreale; corolle di camion formavano un tappeto esteso a perdita d’occhio. Lo vedevamo dalla cella del faro, col cuore in gola per l’altezza e una lacrima ad ogni giro del riflettore, quando si ripetevano, variate di poco, le visioni del lampo precedente. Ci stringemmo, allora: sentimmo il corpo dell’altro sotto le dita. Sul fondo, il clangore della lampada rotante. Erano inutili i ricordi ad alta voce, li vivevamo insieme ancora. Il percorso ripido che ci aveva portato dalla caverna alle stelle, dal buio denso di ombre e fantasmi alla luce. Considerate però incauto chi vi dice male di quella spelonca che ora abbiamo abbandonato, come sempre per sempre. Anche laggiù ci sono i suoi spassi. E non dite che ve li raccontiamo, che, come vi piace insinuare, ne “condividiamo l’esperienza”: no.
    Nella grotta, è bello tacere quel che accade. Basti dire che, uscendo, la Nereide scarmigliata rideva più che Aurora sul mare sereno, e dietro a lei il Fauno, fatto umano nei piedi, appariva insieme sfinito e ilare di soddisfazione. Oh come chiudere gli occhi e sognare! Uscire ha la sua bellezza, e pure la sua fatica.